Pubblicato il: 07/11/2019 alle 12:52
Al via da questa mattina, davanti al Gip di Caltanissetta, le tre persone, ritenute vicine al clan Emmanuello, accusate dell’omicidio del tassista gelese Domenico Sequino, ucciso a Gela il 17 dicembre del 2015 sul sagrato della chiesa Madre. Si tratta di Nicola Liardo 45 anni, del figlio Giuseppe, 22 anni e di Salvatore Raniolo detto “Tony” 29 anni. Ad assisterli gli avvocati Davide Limoncello, Flavio Sinatra e Giacomo Ventura. Al delitto avrebbe partecipato una quarta persona non ancora identificata. Le misure di custodia cautelare, sono state eseguite dai carabinieri del Comando Provinciale di Caltanissetta, dal Reparto Territoriale di Gela e dai carabinieri di Palermo e Prato nell’ambito di un’operazione coordinata dalla Dda nissena. Gli inquirenti ritengono di aver individuato mandanti ed esecutori materiali di quell’efferato omicidio. “Liardo – ha detto il comandante dei carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta, Baldassarre Daidone – ci teneva al fatto che il delitto venisse commesso dalla famiglia e doveva essere portato a termine in maniera plateale, nella piazza piena di addobbi natalizi, dove tutti vedevano. Una dimostrazione del senso di forza che questo gruppo criminale aveva a Gela. C'è inoltre un dettaglio interessante in cui Liardo redarguisce il figlio dicendo che queste cose non si fanno mai alle spalle ma in faccia". Inoltre Liardo, parlando con il figlio, avrebbe manifestato tutta la sua preoccupazione perché temeva che il genero, Salvatore Raniolo, non fosse in grado di commettere l’omicidio. A bordo di quella moto che affiancò Sequino, che oltre a fare il tassista faceva anche il pescivendolo, ci sarebbero stati proprio Raniolo e un suo complice che deve ancora essere identificato. L’ordine di uccidere il tassista sarebbe partito da Nicola Liardo mentre era in carcere. Il capofamiglia avrebbe affidato il compito di uccidere il tassista, al figlio Giuseppe. Da qui la decisione di coinvolgere anche il genero. Sequino sarebbe stato eliminato perché non avrebbe restituito alla famiglia Liardo 60 mila euro che i Liardo gli avevano consegnato per effettuare operazioni bancarie e iniziative imprenditoriali portate avanti in Lombardia dal clan Rinzivillo, clan al quale la vittima apparteneva. Inoltre le indagini hanno accertato che Sequino si era intromesso negli affari dei Liardo prendendo le difese, nel corso di una discussione con Giuseppe, di un imprenditore gelese sottoposto al pizzo.